15/03/2014 - Roberto Gelmi - Truemetal.it



truemetalNon è più un “mistero” da tempo: gli Eldritch sono oggi una realtà consolidata del panorama prog-power italiano e internazionale. Passato il periodo della devozione ai Watchtower (da cui il monicker della band), la band toscana, attiva da più di un ventennio, propone un album con meno fuochi d’artificio e tempi dispari del precedente "Gaia’s Legacy" ma convincente per ritmiche granitiche, approccio melodico e refrain catchy.

“Tasting The Tears” è un concept album che tratta dell’eterna molla dell’agire umano, l’amore, nell’ampio ventaglio delle sue declinazioni, liete e dolorose. L’artwork, in tal senso, può essere facilmente frainteso: il disco non parla solo dell’amore-gabbia, ma affronta il tema anche nei suoi lati gioiosi, a fronte di sette canzoni con testi ottimisti, su undici totali. Trova ampio spazio, inoltre, il tema secondario dello sguardo femminile, ora preludio di paradiso, ora trafittura lancinante. Argomento ricorrente e permeante, cantato dagli antichi; centrale, poi, nella poesia tormentata di Guido Cavalcanti, e ancora attuale ai giorni nostri (lo psicanalista Jacques Lacan ne fa uno dei principali poli d’attrazione muliebri).
I testi, a opera di Terence Holler, il cantante italo-americano storico frontman della band, sono concisi ma efficaci e raccontano esperienze che tutti noi abbiamo provato almeno una vota nella vita.
Si hanno, di conseguenza, brani come l’opener, “Inside You”, che tratta della contingenza dell’amore («every time I try to focus on you, / I get a shock that makes me blind») che mira a diventare una necessità.

La title-track (che ricorda da vicino il sound degli Amaranthe), invece, presenta testi impregnati di sconsolatezza e misoginia («his sentimental exposure / Turned out to be more than a torture […] I’ve always hoped life could be easier»). Sullo stesso livello pessimisitico, “Alone Again”, brano dall’attacco oscuro con chitarre droppate e liriche pregnanti («I am a victim of your big green eyes / Magnetic and magic to me […] / Day after day I am struggling for life, defining my identity»). Nel relativo videoclip un membro della band sfoggia una maglietta dei Pantera, nel caso ci fossimo scordati i debiti che la band italiana ha contratto con certo thrash metal.
“Waiting for Something” ha sonorità accostabili agli ultimi Almah e al Matos solista, per quanto riguarda le linee vocali, e un refrain orecchiabilissimo; i testi riflettono sulla crisi valoriale dell’uomo contemporaneo, che non si dà per vinto anche se patisce una solitudine estrema («Nothing to believe in now. No virgin land to conquer / […] And suddenly / She walked in my dreams / Then suddenly / She walked away again»). “Seeds of Love” si lega al brano precedente, attraverso l’immagine della “terra di conquista”, metafora del desiderio inteso come vocazione («In this world of anger / There is need of love / A vast land to conquer»); c’è spazio anche per qualche finezza, come il bello stacco al min. 3:00.

L’inizio di “The Trade” è altrettanto caratteristico: dopo un fuoco crepitante accompagnato da note di pianoforte, ci accoglie un hi-hat su tempi deboli, che ricalca la cattiveria di brani come “Everything’s burning”, tra i momenti migliori di "Gaia’s Legacy". Ottima anche la parte finale del pezzo, in crescendo, con ritornello ripetuto a mo’ di lamentazione («Why did you change?») e qualche abbellimento chitarristico.
Attacco thrash (à la Dark Tranquillity) per la successiva “Something Strong”, traccia forte di un ottimo drumwork. I testi, in questo caso, sono un ringraziamento assoluto alla donna amata, intesa come imprescindibile raison d’être («So thank you God, for what you’ve done, you gave my son to me and lots of hopes... / Do you know how strong out love could be? / If without you I would die»).
“Don’t Listen” sembra prendere avvio su lidi progressive, ma i tempi dispari non eccedono. Strofe cadenzate e sostenute invitano a non diventare vittime dei pregiudizi delle malelingue e seguire le vie che detta il cuore («The power of love’s getting clearer / Just not listen to nobody»).

Unica ballad del full-length, “Iris” inizia con un tappeto di pianoforte e termina in modo rasserenante ma un filo anonimo. Una delicata composizione che è anche una richiesta d’attenzione da parte della donna che non esce dalla mente dell’io lirico («When I first saw your eyes, they were so bright. / […] Two years have gone since that night / But can’t get you off my mind. / […] All I want is your embrace»)
Ultime due tracce, ma nessun calo qualitativo. “Love from a Stone” presenta ritmiche granitiche (che mi hanno ricordato “The Mirror” dei Dream Theater) e tanto palm-mute; i testi sono feroci e raccontano la fine di una relazione naufragata («No matter how you shout louder / […] I don’t care about your proposals […] / Everybody loves / But no longer this heart of mine…»)
Il disco si conclude con un inno alla spensieratezza: perché fare della propria vita una tragedia, invece di cantare l’ottimismo di una giornata di cielo limpido? («Let the clouds out of my world / I want the sun to warm my soul. / […] Don’t wanna make my life a tragedy / I’ll keep on hoping and willing to find serenity»). Non manca qualche tocco da maestro, come le buone linee di basso nella parte centrale (min. 2:45) e qualche tempo dispari.

Per chi non s’accontenta, in calce figura una bonus track, la cover di “I will remember”, ultima traccia di Rage for Order, album dell’86 targato Queensrÿche; guarda caso, il testo del brano si collega per perfetta giustapposizione al concept del combo italiano. Gli Eldritch propongono un album ben suonato, forse poco innovativo, ma sempre valorizzato dall’interpretazione di Holler, con le sue tipiche linee vocali dal rubato caratteristico. Il cantante non eccelle negli acuti come in passato, in compenso ogni ritornello è un piacere per l’ascoltatore. Niente da imputare alle scelte di produzione, con Simone Mularoni (DGM) al mixaggio. Il rischio maggiore, attualmente, per il combo italiano è restare ingabbiati in una forma canzone fin troppo standardizzata, ma il gruppo di Holler vanta uno stato di salute invidiabile. Lunga vita al prog. italiano!


Voto: 80/100
Roberto Gelmi