14/02/2014 - Luca Zakk - METALHEAD.IT

MetalHead
Ogni giorno mi arriva musica da ascoltare, valutare, recensire. Miritengo fortunato. Tra questa musica ci sono un sacco di realtà nuove e molte realtà storiche. Ma ormai sono tante, e non fa molta impressione ricevere il nono album della band storica proveniente da qualche sperduto e freddo paese Norvegese, o da qualche impronunciabile posto in Germania, oppure da qualche paese nella vastità degli States. Mediamente attorno alla decina di dischi siamo su vent’anni circa di storia della band. Che band sarà stata agli inizi? Che band è mai ora? Ci sono grandi del metal che ascoltati ieri ed ascoltati oggi sembrano due band completamente diverse, anche se la line up o il moniker sono gli stessi. Ma le cose cambiano leggermente quando mi rendo conto di essere davanti ad un nono album, creato da una band che tra una cosa e l’altra ha 23 anni di storia, con un nucleo creativo, ovvero le menti originali, rimasto invariato nonostante le evoluzioni della line up. Anzi, se permettete, le cose cambiano ulteriormente quando la band non viene da quel paesino norvegese, tedesco o americano, ma è italiana, si è formata ed è cresciuta in questo paese ostile al genere musicale che da il nome a queste pagine. Si è formata qui, ma il vero successo l’ha fatto altrove, oltre mare, dove tutt’oggi si esibisce in spettacoli sold out, vende dischi ed è molto amata. Quindi è arrivato finalmente il nono album degli Eldritch. Band che ho amato, abbandonato, ritrovato, abbandonato e ritrovato di nuovo. Non per una loro alternanza qualitativa, ma semplicemente perché in venti e più anni ho scoperto cose diverse, assaggiato cose diverse, sentito cose diverse, fatto cose diverse. Ma alla fine sono tornato qui. A casa? Si, a casa. La casa che si adatta alla mia vita, ma che continua ad essere casa mia. La casa che diventa moderna, che mi offre spazi compatibili con i tempi, ma rimane la mia casa. Per questa ragione ho affrontato “Tasting The Tears” in modo strano: mi sono ascoltato di nuovo TUTTA la discografia (è stato un piacere!) per cercare un confronto, una critica, forse anche quel dito da puntare. E sapete cosa è successo? Ho iniziato ad amare ancor di più il passato, e -quasi come la sicurezza che ti offre casa tua- mi sono trovato ad assimilare con naturalezza il nuovo disco, fino ad arrivare ad amarlo alla follia. Non so come facciano questi tizi a suonare ancora dannatamente Eldritch, dopo oltre vent’anni, nove album, e varie line up. Dove trovano la creatività per fare ancora la loro musica identificativa, facendola tuttavia suonare nuova, coinvolgente, travolgente? Forse, e lo credo davvero, ho appena dato la definizione di concetti come talento, classe, indole artistica. E con una line up confermata dal precedente “Gaia’s Legacy” emerge una più forte unione creativa, una band composta da sei artisti maturi, in gamba, capaci di suonare assieme e dare il massimo. Mi fa morire la definizione “Progressive” quando lo stesso Terence -quando lo intervistai- mi confessò che la band è “tecnica” e “thrash”. E il novo album disco è esattamente questo, con una componente melodica intensa, superba. Pezzi in rilievo? Ho sufficiente esperienza per dichiarare che è molto soggettivo, poi detto da uno che ancora pensa che “The Last Embrace” (1997…) sia uno dei migliori pezzi della band, il concetto è tutto da valutare. Personalmente adoro la già nota “Alone Again”. Come tutte le altre ha una complessità musicale intensa, ma riesce ad offrire riff chiari ed un ritornello memorabile. “Iris” è melodia, pianoforte con la stupenda voce di Terence. E’ la canzone “non metal” del disco. Ma io la adoro, riesce a toccare certe mie emozioni e certi miei sentimenti… ovvero fa ciò che la musica DEVE fare. Il riff di “Love From A Stone” è micidiale, letale, fa sudare, sanguinare, mentre la rabbia di Terence riesce a farsi guidare da quella tastiera sublime, mentre ancora una volta siamo davanti ad un ritornello da URLARE ai concerti. Il “thrash” di Terence è molto chiaro su “Seeds Of Love”, mentre il groove di “Don’t Listen” è irresistibile. Un disco che ogni fans amerà. Un disco che farà innamorare gente nuova. Un disco che farà ritrovare l’amore a chi l’aveva perso. Un disco che in copertina ripropone nuovamente il famigerato reticolo, tipico di molte cover della band (l’ultima fu su “Portrait of the Abyss Within”, live escluso ovviamente). Un reticolo che cattura, che imprigiona, che non lascia libertà alcuna. E durante la prigionia l’unica cosa ammessa è assaggiare il complesso gusto delle lacrime. Un gusto che simboleggia dolore, gioia, tristezza, affetto, felicità. Vita.

(Luca Zakk) Voto: 9/10 - METALHEAD.IT